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Un’altra mossa da scrittore: intervista a Erri De Luca

Erri De Luca è a Buenos Aires per quattro giorni, invitato dall’Istituto Italiano di Cultura. Mi riceve al mattino nella hall dell’hotel. Aspetto che finisca l’intervista precedente. A dieci di metri di distanza, la sua voce bassa arriva comunque nitida. Invita ad avvicinarmi, approfitto anche delle risposte a domande altrui. Tra le altre cose, rubo l’immagine del padre sulla sua spalla, pronto a sottolineare con una pernacchia gli eccessi della sua prosa. Tocca a me.

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In “Per l’isola”, lei ha dipinto un parallelo fra i migranti del Mediterraneo e gli italiani che a inizio secolo arrivavano a Ellis Island, New York: Nel giro di una, due generazioni, essere parenti di sbarcati a Lampedusa a bordo di un battello di fortuna sarà titolo di nobiltà. I nipoti che saranno diventati classe dirigente del nostro paese saranno orgogliosi di risalire a nonni sbattuti dalle onde in braccio all’isola. Gli italiani giunti sul Rio de la Plata hanno avuto una storia simile. Qual è la spiegazione? Il lavoro, la dedizione, o c’è qualcos’altro?
C’è il fatto che chi è esiliato dalla propria terra ha molte ragioni in più per farsi valere in una terra nuova, rispetto a chi ci nasce e ce li ha per garantiti, la terra e il futuro. Chi viene da fuori, e si è dovuto inventare un viaggio e una separazione irreparabile, ha molti più motivi per cercare di migliorare. Le terre di approdo possono facilitare l’attecchimento, la buona presa, ma anche quando non aiutano, il viaggiatore della necessità si fa valere. Oggi l’Italia di certo non è una terra che aiuta. Come il resto d’Europa, d’altra parte. Ma noi in particolare abbiamo fatto il peggio possibile: abbiamo inaugurato il nostro atteggiamento nei confronti dell’immigrazione con l’affondamento della “Katër i Radës” nella Pasqua del ’97, quel barcone albanese nel canale di Otranto, affondato da una nave militare italiana. Eppure i flussi migratori ci hanno raggiunto, si sono impiantati nel nostro territorio, hanno prodotto ricchezza, ci danno oggi una buona parte delle nostre pensioni.
Lampedusa sarà l’equivalente di luoghi come Ellis Island, di luoghi di cui andare fieri.

Quali sono le difficoltà nel raccontare le migrazioni?
È un tema molto difficile da trattare da estranei: bisogna imbarcarsi con loro, vedere la terra dal loro punto di vista. Quello che uno scrittore fa è immedesimarsi. Diverso è il giornalista, che deve raccontare la realtà dall’esterno nella maniera più neutra e obiettiva possibile, e questo è più difficile: per immedesimarsi se te la senti sali a bordo, e condividi. 

Lei dichiarò «Uno che lavora con le parole dovrebbe sforzarsi perché si sentano quelle di tutti, analfabeti inclusi. O di quelli che non conoscono la tua lingua e arrivano qui cercando di farsi capire». Com’è cambiata nei decenni la rappresentazione dei migranti in Italia: in che modo riusciamo o non riusciamo a far sentire la loro voce?
La rappresentazione è cambiata grazie al loro sacrificio, alle stragi, alle perdite. Siamo partiti che li chiamavamo “clandestini”, e oggi questo termine non è più corrente: si chiamano profughi, rifugiati. Si sono guadagnati legittimità, anche se non coincide con il permesso di soggiorno. È cambiato il nostro modo di guardare al fenomeno. Prima si parlava di “ondate migratorie”: suggerisce che la terra debba difendersi. Oggi si dice più che altro: “flussi migratori”. La nostra percezione è mutata grazie a loro, e grazie a esempi luminosi d’integrazione e d’accoglienza, come Lampedusa.

Veniamo all’Argentina. Sepúlveda, che è cileno ma di Argentina ha scritto molto, in “Ultime notizie dal sud” parla de la cadenza lunga e pigra della gente del sud, quella forma di parlare che amo, che ingigantisce il mio idioma. Perché le genti del sud del mondo modulano sentendo il carattere “fondazionale” delle parole. Come traduce i suoi testi questa lingua lunga e pigra?
Ho l’impressione che lo spagnolo sia più musicale dell’italiano, e si presti di più alla modulazione di frequenza della voce. Non è un’impressione da esperto: capisco quello che leggo e quello che ascolto, ma non lo so parlare. Però una frase come Yo no vengo a resolver nada. Yo vine aquí para cantar y para que cantes conmigo, con cui Pablo Neruda chiude una sua bella poesia, non funziona in italiano, non ha la stessa musica.

Il napoletano procede per raffiche di parole.
Il napoletano è veloce, ha sviluppato una buona concentrazione telegrafica per la trasmissione a voce, perché costretto in un ambiente costipato. Eravamo tanti, con la più alta densità abitativa d’Europa. Con questa densità il linguaggio dev’essere pratico, deve potersi svolgere insieme ad altre conversazioni contemporaneamente, è concitato. Si è formato dentro ambienti compressi. Lo spagnolo no. Però Napoli ha un carattere spagnolo, soprattutto nel rapporto con l’autorità: Napoli è monarchica, perché ha bisogno di un re, ma solo la domenica; ed è anarchica, per il resto della settimana. La monarchia napoletana non è sabauda, ma borbonica. Monarca napoletano per eccellenza è Carlo III.

Forse lo spagnolo delle “pampas” e delle praterie ha ancora meno bisogno di concitazione.
Lo spagnolo delle praterie potrebbe essere il napoletano dei pescatori. Si deve svolgere a grandi distanze, da una barca all’altra, quindi prevalgono le vocali: le consonanti nelle distanze si perdono, le vocali no.

E la lingua degli alpinisti?
Gli alpinisti usano comandi molto secchi, sostituibili da telegrammi con la corda. E comunque sono abituati al fatto che anche a trenta metri, se c’è un po’ di vento, non c’è niente da fare.

Torniamo all’Argentina. In “Tre cavalli” lei scrive: Guerra è quando i giovani sognano di diventare nonni. Quindi in Argentina una guerra c’era. Chi l’ha vinta? E come si supera una guerra?
L’Argentina ha avuto una guerra civile interna che ha cancellato una generazione. Poi c’è stata un’impresa militare sballata, che l’ha buttata gambe all’aria. Il militarismo è spesso così: stupido. Mussolini sarebbe morto nel suo letto come Franco, senza l’avventura hitleriana. Riconosco in Argentina un parallelo con il fascismo, però più concentrato: hanno fatto fallimento prima, noi ci abbiamo messo vent’anni. 

La guerra si supera con la riconciliazione, ma questa passa per la giustizia nei confronti dei crimini commessi. I criminali non possono accampare nessuna scusante di aver agito in stato di necessità. Era una giustificazione dei nazisti, ma non ha diritto di logica: ci si può sempre rifiutare di commettere un’infamia, si può sempre applicare male un ordine, e seguire la propria coscienza. Poi in genere questi criminali non applicavano la legge, la inventavano: erano entusiasti esecutori di direttive molto generiche, ci mettevano tutto l’ingegno possibile. Quindi bisogna chiudere i conti con i colpevoli. In Argentina è stato fatto un po’ timidamente, con incertezza. Però credo che alla fine il processo di pacificazione sia avanzato e abbia trovato una sua formula locale, come in Cile e in Uruguay.
E ce l’ha fatta perché ci sono state le Madri di Plaza de Mayo: senza quella mobilitazione e quel sentimento di giustizia, non ci sarebbe stata una forma di composizione.

Quando ha scritto le pagine degli scontri in “Tre cavalli”, ha semplicemente spostato in Argentina immagini che avvenivano in quegli anni in Italia?
No, ho riportato la storia di un amico, un compagno italiano che si era trovato in Argentina in quel periodo.

Che notizie arrivavano in Italia di ciò che accadeva in Argentina?
Eravamo al corrente. Con Lotta Continua avevamo contatti con i rivoluzionari cileni, brasiliani, con i “montoneros”, con l’IRA irlandese, con i gruppi del Mozambico, dell’Angola, del Vietnam. Eravamo una specie di retroterra dei rivoluzionari del mondo. L’Italia era il paese più di sinistra, dentro il blocco occidentale. Perciò avevamo contatti, e informazioni dirette.

Lei scrive dei vecchi italiani di allora capaci di fare vino negli orti di Buenos Aires. Ora non ci sono più vecchi italiani, né nuovi. Ora lì sono tutti argentini. Ma non si può essere entrambe le cose?
Quello che gira dentro le vene non è così facilmente rinnovabile. Nel nostro sangue mediterraneo ci sono ancora tracce ebraiche, fenice, sarecene: un concentrato di linee genetiche. Quindi sì: si può essere più cose contemporaneamente. Anche se non si sa più da dove venivano i nostri antenati. I miei si fermano dietro la curva di un bisnonno, non so cosa ci fosse prima: va bene così, il contributo del sangue resta nelle generazioni a lungo. I cognomi possono cambiare, il sangue no, resta.

Quali storie e scrittori argentini ha apprezzato da lettore e da collega?
Da collega nessuno, perché preferisco leggere da lettore, non mettermi dalla parte dello scrittore, se no mi guasto la lettura. Uno scrittore svizzero, Robert Walser, raccontava che quando lesse Dickens disperò di poter scrivere ancora. Questo perché lo lesse come collega. Se leggi Dickens da lettore non hai nessuna difficoltà ad apprezzarlo, e poi puoi scrivere quello che ti pare. In ogni caso credo che Borges sia l’unico scrittore obbligatorio del Novecento. Sta alla letteratura come Chaplin al cinema.

Osvaldo Soriano sosteneva: L’unica cosa che mi propongo scrivendo è levare dalla letteratura una certa solennità che ha. Ho poca relazione con la critica: mi interessano i lettori, divertirmi scrivendo, aprire un mondo che mischi avventura, politica e ironia. È d’accordo?
Sì, ma senza troppa intenzione. La letteratura serve per tenere compagnia al lettore. Qualche volta, però, può servire anche come forma di resistenza. In un regime in cui è vietata la parola, questa ha una caloria supplementare. Ma al di là di queste condizioni d’emergenza, la letteratura serve a tenere compagnia.

Cosa prova, personalmente, a raccontare Napoli, l’Italia e il Mediterraneo dall’altra parte del mondo?
È la mia materia, il mio ambiente, fa parte del mio sistema nervoso, della mia circolazione. Racconto storie che conosco. Che siano tradotte in tante lingue è una ricaduta involontaria: mi fa piacere, mi lusinga, ma è ingovernabile per me. Il Mediterraneo è stata la fonte della nostra civiltà, ci ha dato tutto: l’Architettura, la Filosofia, la Poesia, il Teatro, la Matematica, l’Astronomia. Persino il monoteismo. Io sono uno del Mediterraneo, Napoli è una città molto più mediterranea che italiana. 

L’America Latina è un’irradiazione della civiltà mediterranea, che però su questo suolo si è sviluppata diversamente, approfittando degli spazi. Una civiltà aggressiva, guerriera, che ha voluto distruggere e cancellare la vita indigena che ha trovato. Anche l’ultima divinità, il monoteismo, ha estirpato le divinità precedenti dal suolo e dal cuore degli uomini. Anche questo è stato il Mediterraneo.

Secondo lei com’è raccontato negli ultimi anni?
Adesso è il mare in cui il corpo umano è la più redditizia merce da trasportare. Siamo contemporanei del peggior trasporto marittimo della storia dell’umanità. Peggio di così non ha viaggiato nessuno, nel corso della presenza umana sulla Terra. Siamo contemporanei di questa specialità, di decine di Titanic annegati alla spicciolata.

L’intervista vera e propria finisce qui, ma grazie all’Istituto Italiano di Cultura e alla direttrice Maria Mazza posso seguire De Luca in altri incontri. Alla libreria francese “Las mil y una hojas”, lo scrittore parla, nella lingua appresa durante gli anni parigini, al pubblico seduto, accucciato a terra, o in piedi in fondo alla sala.

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Di Napoli spiega il «sentimento religioso geologico, e non teologico», riferendosi ai miracoli di San Gennaro invocato contro le eruzioni. Si definisce un redattore di storie già esistenti: “Montedidio”, ad esempio, «non un romanzo di formazione, ma un romanzo contro la deformazione, contro la Storia maggiore », dato il contesto di riferimento, la città con la più alta mortalità infantile d’Europa.
Infine il processo di scrittura, con i fogli sulle ginocchia («Sono loro, stanche, a dirmi quando smettere»), e la lingua («Sono italiano per ragioni di vocabolario, non per l’inno o la squadra di calcio: non posso essere esiliato, sono residente dell’italiano»).
Alla Scuola Italiana Cristoforo Colombo, De Luca risponde nell’aula magna gremita alle domande dei ragazzi delle medie e del liceo. Quattro ingredienti l’hanno fatto diventare scrittore: leggere camion di libri, aprire la finestra per guardare fuori, ascoltare le storie dei vecchi, fare molte parole crociate. Racconta dell’Italia, «un braccio che si stacca dalla spalla delle Alpi e va verso sud est, con Puglia e Calabria dita di una mano, e la Sicilia fazzoletto che saluta». Risponde alle domande sulla lotta No TAV, contro il treno «a modesta accelerazione», opera inutile e dannosa, Torino-Lione che neanche ci arriva a Lione, e che intanto sprigiona nell’aria l’amianto micidiale custodito dalle montagne: «Il reato d’istigazione è fascista, del 1930, mai applicato prima a uno scrittore. Quindi ho continuato a ripetere il mio invito a sabotare».
Poi l’Europa, «alla quale i paesi del Mediterraneo devono solo una cosa: il baccalà, che generosamente sparpagliamo in tutti i nostri porti».
Infine il mondo: «Vi propongo di disegnarlo al contrario delle solite mappe. Perché subire questa convenzione? In forma confidenziale, vi dico che nel mondo c’è più sud che nord: va oltre l’equatore, il sud si prende tutta l’Africa, l’Italia, la Grecia, la Spagna. Il Nord in Italia non esiste, è un abuso geografico: un calabrese non è settentrionale perché c’è la Sicilia, così come un colombiano non lo è rispetto all’Argentina. Disegnate il mondo con il sud sopra: si capisce meglio».
Poi un ragazzino delle ultime file alza il braccio, e forse è questo è il mio momento preferito dei due giorni con De Luca:
«Tu dove sei stato nato?», balbetta in un curioso tempo verbale.
«Napoliii, vieni a Napoliii», risponde lo scrittore con tre “i” scanzonate.
«Grazie», replica timido il bambino.
«Prego!», chiude soddisfatto lo scrittore.
Infine l’incontro pomeridiano organizzato dalla Maestría en Escritura Creativa della Universidad Nacional de Tres de Febrero. Trecento persone, molte in piedi, affollano la sala un’ora prima l’arrivo di De Luca, e per due ore e mezza dopo. Tra sacre scritture, Don Chisciotte (il libro preferito), amori e utopie, sarebbero troppi i passaggi da riportare. I tempi delle battute sono eduardiani, i versi di “Mamma Emilia” commuovono mezza sala.
Parla dell’infanzia: «A Napoli, nel vicolo, facevo un sabotaggio della crescita. Mi alzavo in centimetri solo nei tre mesi estivi sull’isola. Spesso le isole per i poteri sono luoghi chiusi, dove costruire prigioni: per me era finalmente la possibilità di guardare spazi aperti. Ho una notizia lieta dell’infanzia solo perché il mare me l’ha corretta. La prima cosa che facevo era levarmi le scarpe: la libertà è un callo che si forma sotto i piedi per andare scalzo».
Ritorna sulla lingua: «Parlo, canto e mi insulto in napoletano. Se mi insulti in italiano, sono invulnerabile. Da piccolo l’italiano se ne stava quieto intorno alla tavola, parlato da mio padre a bassa voce. Se ne stava zitto nei libri. Adesso è la lingua con cui scrivo: il primo tempo della vita è in napoletano, poi con la scrittura mento, e in italiano do una versione definitiva alla vita, che non ce l’ha».
Di scrittura parla sotto altri aspetti ancora. Le perdite, ad esempio: «Io divento un punto d’appuntamento dove convergono gli assenti. Tipo mio padre, al quale bisbiglio ciò che scrivo. Non ho mai dato a nessuno il permesso di andarsene, non mi sono mai conciliato con nessun lutto. Come in un ergastolo, è sempre il primo giorno. Costringo gli assenti a stare con me di nuovo, e stanno una seconda volta insieme».
E ancora, la sorpresa: «Mi meraviglio ancora quando scrivo una buona pagina, mi dico: ho fatto un’altra mossa da scrittore!».
Infine, una presa di posizione: «Sono privo di ogni sentimento psicologico. Per me la psicologia non è stata ancora inventata. A me piacciono i filosofi presocratici, le loro visioni che spiegavano la meraviglia e la bellezza. Quando è arrivato Socrate a dire di conoscere se stessi, non mi è piaciuta più, la filosofia. Non mi importa di me stesso, mi interessa il mondo».

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