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Santiago Maldonado desaparecido: la repressione dell’allegria nell’Argentina di Macri

Quando il 24 marzo 2016 la Plaza de Mayo strapiena per il quarantennale del golpe militare canta contro il governo, da poco insediato, di Mauricio Macri, è perché teme che tornino tempi duri. Alla luce dell’attuale clima di repressione, e soprattutto del caso Santiago Maldonado, probabile vittima di“desaparición forzada” per mano della Gendarmeria nelle terre di Luciano Benetton in Patagonia, la piazza potrebbe aver avuto ragione.
Torna la polizia nelle scuole, tornano le proteste strangolate e torna il fango mediatico sulle vittime: il paese ricalca quello descritto da Osvaldo Bayer nel suo “Patagonia rebelde”, celebre inchiesta sullo sterminio di contadini del sud negli anni ’20 del Novecento. La “Revolución de la Alegria” proclamata dal governo Macri somiglia un po’ troppo a uno stato di polizia.

Il 1 agosto scorso a Cushamen, nella provincia del Chubut, Patagonia Argentina, si svolge una manifestazione per la liberazione di Facundo Juanes Huala, uno dei leader del popolo Mapuche e in particolare del RAM (“Resistencia Ancestral Mapuche”). La comunità lotta per la restituzione, anche se parziale, delle terre sottratte dallo Stato con la cosiddetta “Conquista del Desierto” del 1879 guidata da Julio Roca. Le stesse terre, con dentro il popolo mapuche che le abitava da secoli, furono poi svendute al capitale straniero, come gran parte del sud. L’inglese “Argentine Southern Land Co”, divenuta negli anni ’80 “Compañía de Tierras Sud Argentina”, le cedette a sua volta al gruppo Benetton, oggi maggior latifondista del paese. La ribellione da allora non si è mai sopita.
Sette persone bloccano dunque la strada, dalle parti di Cushamen. Tra di loro, solidale con i Mapuche, c’è Santiago Maldonado, 28enne di Buenos Aires, artigiano, tatuatore, viaggiatore e spirito libero. La gente del posto lo chiama “el Brujo”, lo stregone.
La gendarmeria reprime la protesta, reazione abituale da quando è Ministro di Sicurezza Patricia Bullrich, e insegue i manifestanti fino al fiume Chubut. L’unico a non lanciarsi in acqua è Maldonado. La versione dei testimoni Mapuche presenti è concorde: Santiago viene caricato su una camionetta della Gendarmeria, e scompare. 

Chi è Santiago Maldonado? “Un terrorista, un drogato, un anarchico armato, un cospiratore a contatto con sovversivi cileni e addestratori militari curdi e baschi”. I media macristi cedono alla tentazione di dipingerlo così, facendo leva su antiche paure dell’elettorato argentino. Ma se anche fosse, non doveva scomparire. Fosse anche un criminale, la famiglia di Santiago, che con dignità porta avanti una serie di legittime proteste sull’andamento delle indagini, dovrebbe contare sull’appoggio, o quantomeno il silenzioso rispetto del governo e dei media a esso vicini. Invece la campagna di diffamazione è sordida ed efficace.
Ancora una volta, se una parte del paese scende in piazza, l’altra è indotta a preoccuparsi delle “violenze” dei manifestanti. Scritte sui muri e petardi scandalizzano metà elettorato di Buenos Aires più di un ragazzo fatto scomparire dalla Gendarmeria. E poi “por algo será…”, il funesto “qualche motivo ci sarà” che chiuse gli occhi all’Argentina di fronte alla sparizione di 30mila persone. Epoca di “Terrorismo di Stato”, che Macri, appena insediato, definisce “guerra sporca”, aderendo così alla pericolosa teoria dei due bandi in lotta, subdola giustificazione dell’operato dei militari e delle loro purghe. Sospetti quei primi passi del macrismo al governo. Poi un anno e mezzo di giri di vite contro le associazioni di Diritti Umani, prima fra tutte le Abuelas e le Madres de Plaza de Mayo. Ora Santiago.

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Chi è davvero? Un ragazzo di Buenos Aires, descritto dai giornali ora come artigiano, ora come tatuatore. A volte solo come “mochilero”, viaggiatore zaino in spalla. Viveva da un mese a El Bolsón, paesino hippy tra i principali approdi turistici della zona. Anche nella “Patagonia rebelde” degli anni ’20 solidarizzarono con i contadini del sud alcuni giovani attivisti di Buenos Aires, oltre a cileni, spagnoli, italiani e russi. E vennero fucilati.
Il fratello di Santiago dice: «Se c’è un uomo buono, questo è lui: parlavamo spesso della vita, dei viaggi: ci faceva viaggiare con i suoi racconti».
La famiglia Maldonado è costretta ogni giorno a smentire calunnie e notizie false. Mentre scrivo, ad esempio, precisa in conferenza stampa che in questo momento l’unica linea investigativa portata avanti dal Pubblico Ministero è quella che porta alla Gendarmeria. Le voci del macrismo tuttalpiù “non scartano questa ipotesi”, ma neanche le altre, e solo a 40 giorni dai fatti e dopo aver negato a più non posso il coinvolgimento dei gendarmi.

Quando la notizia della sparizione di Maldonado inizia a diffondersi, di fronte alle voci sempre più insistenti sulle responsabilità della Gendarmeria, i media vicini al governo (tra i quali i due giornali più venduti del paese, «Clarín» e «La Nación» ), nonché la stessa ministra Bullrich, negano le responsabilità delle forze di polizia e fomentano per settimane ipotesi alternative, tutte volta per volta smentite dai fatti. In Cile, in un autogrill, in autostop verso sud, a casa sua, nel territorio Mapuche: mille le risposte alla domanda “dónde está?” che intanto si moltiplica sui muri e nel web.
Le indagini avanzano con irregolarità evidenti: le camionette usate dai gendarmi durante la repressione sono requisite solo due settimane dopo, tra l’altro consegnate dalla stessa Gendarmeria con tutto il tempo di occultare eventuali prove.
Per quanto riguarda i verbali, l’avvocato della famiglia Maldonado segnala: “Sono da non credere: ci sono fogli aggiunti con lo scotch, sono stati cambiati i nomi, le date, i numeri di telefono, le armi. Il Pubblico Ministero ce li ha dal 17 agosto e non ha fatto nulla”

E il presidente Macri? Silenzio assoluto, non ne parla. Taceva anche Yrigoyen mentre l’esercito annichiliva la Patagonia contadina: la vecchia strategia del presidente tenuto lontano dal tema scottante. Il giorno della manifestazione di Buenos Aires, Macri si fa fotografare a Tucumán, nord del paese, mentre prova sorridente un gelato al gusto “mate cocido”. Pochi giorni fa, inseguito da un giornalista fin dentro un ascensore, risponde visibilmente irritato che “bisogna lavorare tutti insieme, senza manifestare”. Per non turbare la Rivoluzione dell’Allegria.
Per questo, anche ammettendo l’improbabile ipotesi che il governo non abbia colpe sull’accaduto, inquietante è la gestione del post, la repressione e la disinformazione elaborata ad arte. Soprattutto sui Mapuche.

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Come lo stesso Sergio Maldonado sottolinea, se non fosse stato per loro, la stessa sparizione del fratello sarebbe passata sotto silenzio. E forse proprio per questo la comunità subisce gli attacchi di una massiccia campagna mediatica. Non si sono ancora rassegnati, i Mapuche, allo strapotere di Benetton. Le loro terre erano riconosciute da oltre 28 trattati internazionali, prima della “Conquista del Desierto” guidata da Roca. Qualcosa di simile alla “Scoperta della Puglia” vaneggiata da Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere: “ci sono i pugliesi da duemila anni, lo sapranno che c’è la Puglia”. Anche il deserto non era tale: c’erano i Mapuche.
Così l’Argentina continua a non capire la sua Storia. Mentre in molte zone della Patagonia le amministrazioni locali coprono statue e cambiano la toponomastica per cancellare gli onori resi negli anni agli autori dello sterminio, il nome di Roca resta impresso sull’Obelisco al centro di Buenos Aires, e sulle banconote. La capitale che succhia e svende il resto del paese. Jorge Lanata, giornalista di punta del macrismo, intervistando Juanes Huala, gli dice candidamente: «Per me siete indios, non mi importa se il termine è corretto o sbagliato, vi ho sempre considerato così». E con lui i suoi lettori, e milioni di argentini che condividono da decenni le stesse paure e lo stesso odio per il più debole. Quando poi il leader mapuche prova a parlare della faccenda Maldonado, il giornalista interrompe l’intervista, per questioni di tempo. Giornali e televisioni allineati: mai associare quel nome a quella parola. Si ricorra ad ogni altra notizia e ad ogni distrazione, pur di non scrivere: “Santiago Maldonado, desaparecido”.

Sandra Russo su «Pagina12» scrive: La tensione che si vive al sud riguardo la “extranjerización” delle terre e le risorse naturali è forse, tra tutte le numerose tensioni che Cambiemos (coalizione di governo) ha portato con sé, quella che ci rimanda di più al passato, che più chiaramente ci fa tornare all’America Latina archetipica, di quella che si chiamò conquista e fu in realtà un’invasione. L’America Latina dei “deserti” pieni di gente invisibile, di trattati sporchi fra militari, latifondisti, multinazionali e governi oligarchici corrotti e fermamente convinti della propria supremazia sui popoli ancestrali. L’America Latina del disprezzo etnico, della brutalità degli stivali e delle armi.
Sul giornale satirico «Barcelona», è superlativo il falso virgolettato di Benetton e simili: Ci stanno negando il nostro diritto ancestrale al latifondo. In copertina un Santiago Maldonado a cavallo guida l’esercito sovversivo: Avanza inarrestabile l’estremismo, già in possesso della Patagonia. Tra gli altri articoli, il piano di governo Desaparición para todos, un programma dettagliato di sparizioni per i prossimi cinque anni, che accontenti tutti.

Purtroppo il governo Macri non inventa nulla. Riprendo ancora Sandra Russo : La pratica di diffamare la vittima per giustificarne la repressione, e screditare i testimoni e la famiglia del desaparecido, o far circolare false informazioni su dove si trovi la persona scomparsa o su falsi scontri, furono già usate durante la dittatura[…] Chiamavano “pazze” le Madri di Plaza de Mayo, e inventavano scontri o dicevano che i “desaparecidos” vivevano in Europa. Quando si alzò il velo che copriva queste bugia, i media e i giornalisti che le inventarono guadagnarono il soprannome di “stampa canaglia”. Quarant’anni fa come adesso.
Nell’Argentina di oggi la gendarmeria entra di nuovo nelle scuole. Intimidisce studenti che indicono assemblee per parlare di Santiago. Irrompe nelle sedi di associazioni e movimenti. Arresta manifestanti a caso, mentendo nei verbali sull’orario, il luogo e le motivazioni del fermo. Il messaggio è chiaro: non protestare. E voi, investitori stranieri, tranquilli: l’Argentina è repressa e sedata.
Il macrismo attacca maestri e professori che, con coraggio, affrontano il tema in classe: “Sbagliato politicizzare l’educazione”, dicono. Che i ragazzi continuino a studiare il bene e il male alla vecchia maniera, che il Deserto sia conquistato per mille anni ancora, e che il vento freddo della Patagonia copra il rumore di un’inaccettabile presa di coscienza.

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