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“Monete d’oro”. Voci dal Gargano. 3.

“La trappola e il tegame”

«Quasi come una nave ancorata su uno sperone di roccia, un veliero senza vele, pronto a salpare verso l’orizzonte e verso la speranza, il trabucco mi affascinava, con la sua immagine che sapeva di antico. Un intreccio di pali, di corde, di fili di ferro. Un’enorme rete protesa nel mare. Spazi definiti, zone segnate, forme geometriche. Creazioni a volte ardite e precise, altre volte casuali e disordinate, ma sempre costruite da uomini, da pescatori che avevano inventato e innalzato questo genio, questa trappola per acchiappare i pesci.»
Così Ferruccio Castronuovo, nel documentario “Una Bugatti a Vico del Gargano”, descrive il trabucco, una piattaforma per la pesca, in legno, in bilico fra roccia e mare.
Sul Gargano e in tutta la Puglia, ne vengono costruiti vari all’inizio del ‘900, a imitazione dei “trabocchi” abruzzesi. Ma se in Abruzzo si ergono su fondali bassi e acque placide, nello sperone d’Italia sono più esposti e devono resistere alle mareggiate.

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Il “Trabucco da Mimì”, a San Nicola, frazione di Peschici, è uno di questi. Mimì, quarta generazione di trabucchisti, eredita la proprietà dal padre e decide, negli anni ’70, di unire pesca e ristorazione. Oggi è in giro indaffarato, ma a raccontare è Lucia, sua moglie. Con un vestito a fiori, seduta su una sedia a rotelle, riceve i saluti dei clienti affezionati, all’ingresso delle cucine.
Abbassato il volume della televisione, fa parlare i ricordi: «Io e mio marito vivevamo in Canada da sette anni: lui faceva il falegname e io lavoravo in una fabbrica di vestiti. Restai incinta di Carlo e pensammo che volevamo farlo crescere in mezzo agli amici e ai parenti. Tornammo nel ’74 e lui ereditò il trabucco dal padre».
Intanto Carlo e i ragazzi del personale intensificano l’andirivieni dalle cucine, poiché si avvicinano tramonto e aperitivo, e arrivano i primi clienti.
Gargano06 (2)«E pensare che qui era un deserto», rammenta Lucia, «ma noi avevamo messo da parte qualcosa da investire e riparammo la piccola casetta. Mio marito faceva il falegname a Peschici e il pescatore qui. Un giorno stavo cucinando per noi due, e un ingegnere di Torino in viaggio di nozze mi chiese di mangiare qualcosa con noi: gli offrii uno spaghetto al pomodoro. Mio marito mi diede l’idea di continuare a cucinare anche per i turisti. Tutto iniziò così: un giorno fave e cicorie, un altro orecchiette fatte a mano. Poi i panzarotti, gli spaghetti alle vongole, le melanzane ripiene…».
Sembra di vederla la baia di San Nicola, ancora più bella di quanto sia adesso. Senza costruzioni e senza ombrelloni: solo un trabucco, un odore invitante che si propaga tra gli scogli e una donna con un vestito a fiori che cucina, aiutata dalla sorella: «Usavamo un piccolo tegame. Era un rapporto familiare: “Signora mi dà il cestino del pane?” “Entrate in cucina, venite, entrate!”. Facevamo tutto con amore».

Domenico e Vincenzo, gemelli di ventiquattro anni, sono nipoti di Lucia, nuovi gestori ed eredi di questa storia fatta di rocce e legno. Capelli e barba biondi, pelle cotta dal sole.
Domenico spiega con chiarezza, un po’ manuale per principianti, un po’ Hemingway: «Si pesca solo pesce d’immigrazione, non stanziale: le seppie, il pesce azzurro e soprattutto il cefalo, che qui chiamano il “pesce trabucco”. La rete, 21 metri per 25, viene calata in mare come se fosse un foglio, tre lati a pelo d’acqua e uno che va sul fondo. Si pesca con il mare mosso, quindi al centro si colloca un pesce di legno come punto di riferimento. Si ha una trentina di secondi per avvistare il pesce che viene a curiosare, e tirarlo su. A quel punto si mette al posto di quello di legno: se è femmina è meglio, perché attira il branco. C’è una persona sull’antenna, uno dei lunghi pali sul mare, che avvista e grida a chi è sul palchetto di girare gli argani. Lo si può fare anche di notte, usando la luce della lampara come esca.

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Ancor più della pelle piena di sale, su Domenico l’effetto più evidente delle ore passate al trabucco sembra essere la voce. Scorre così lentamente, così rilassata, che sembra si adatti al mare stesso, oggi placido.
È già tramonto. Fra i tavoli incastonati tra gli scogli e il legno, si mescolano foggiano e tedesco, si chiede in italiano e si risponde in inglese. Si mangia fra reti che un tempo erano sopravvivenza e che ora sono ornamento. Si fotografano vecchie fotografie e giornali incorniciati, ci si interroga su seppie, monili e strumenti da pesca che pendono dalle travi di legno.
La signora Lucia ha messo assieme tutto questo, partendo da un piccolo tegame.

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