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“Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar. Fabbri Editori

Quasi tutti ignorano del pari in che cosa consista la loro autentica libertà e il loro vero servaggio. Imprecano alle loro catene; a volte, si direbbe che se ne vantino.

Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a lungo; è una frattura continua di tutte le abitudini, una smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi. Ma io facevo di tutto per non aver alcun pregiudizio, e pochissime abitudini. Apprezzavo la delizia d’un letto soffice, ma anche il contatto, l’odore stesso della terra nuda, le disuguaglianze di ogni segmento della circonferenza del mondo. Ero avvezzo alla varietà degli alimenti, all’orzo britannico e ai frutti africani.

La rotta del ritorno attraversava l’Arcipelago: per l’ultima volta, non v’ha dubbio, della mia vita, contemplai i delfini balzare nelle acque turchine; osservai, senza pensare ormai a trarne presagi, il lungo volo regolare degli uccelli migratori, che a volte, per riposarsi, si posano senza timori sul ponte della nave; assaporai quell’aroma di sale e di sole sulla pelle umana, il profumo di lentischio e di terebinto delle isole nelle quali si vorrebbe vivere, e dove si sa già che non si farà mai scalo.

Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare; volevo che gli alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da giovinetti non ignari dei giochi e delle arti; che i frutteti producessero belle frutta, i campi le messi più abbondanti.

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