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Marzo croato: Zadar

Più di un croato teme che investitori esteri possano riversare sempre più cemento sulle coste croate, che lo stato rilasci sempre più concessioni. Condivido la stessa paura durante le sei ore di bus da Ploče a Zadar, un percorso costiero talmente straordinario che quando rischi di abituarti ti schiaffeggia con una spiaggetta, un’acqua cristallina, un paesino o un’isola. Combatti con il sonno per non perderti nulla. Ogni pochi chilometri c’è il luogo perfetto per venire a incidere un disco, o a scrivere un libro.
Bisogna passare per un tratto di Bosnia. Alla vista delle dogane, P. esclama: “Che brutte!” e ha ragione. Mostri blu, adeguata proiezione estetica dei valori che portano con sé, e delle offese passate tra i due popoli. La mezz’ora di Bosnia è l’antitesi della Croazia: tutto costruito, e male. Panorami devastati intorno a Neum. Basta risuperare la dogana per rilassarsi di nuovo.
Da qualche parte Franco Arminio scrive che se le città fossero di nuovo circondate dal verde, le apprezzeremmo di più. Se tutt’intorno ci fossero i boschi, godremmo di più anche di piazze e palazzi. A Zadar si arriva passando per boschi e laghi.
Una volta sistemati, andiamo sul lungomare. Su un pannello infografico la chiosa: “Forse non il più bel lungomare al mondo, ma a noi piace considerarlo tale”. Non li biasimo. Non è facile descriverlo, in tanti ci provano con un click. Dico solo che ho visto qualcuno piangere commosso appena arrivato all’Organo del Mare, splendida invenzione del 2005 dell’architetto Nikola Bašić: le onde passano per le canne poste sotto i gradoni dove siede la gente, e suonano. Sette accordi e cinque tonalità tipiche della musica dalmata. Arrangiamento del maestro Mare. Chissà se i pesci sentono questo suono.
Al tramonto il lungomare è rosa, azzurro e grigio. Alle sette ci sono sia la luna che il sole, e quest’ultimo, ormai freddo, è solo una bella decorazione.
Su tutto il lungomare non c’è musica, non ci sono barriere, né muretti, né elementi di disturbo. Solo la pietra chiara che arriva al mare calmo. È stato rifatto così dopo la Seconda Guerra Mondiale e le bombe statunitensi. Dovrebbe essere tutto così, dopo una guerra, il più semplice possibile.

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Poco più in là una scena insolita: un prato con delle colonne romane, due ragazzini accovacciati a giocare e un’anziana che stende i vestiti ad asciugare. Non fotografo, mi rendo conto qualche minuto dopo dell’anomalia del quadro. La ricostruzione dopo le bombe sul centro storico fece emergere tante rovine, che nei dintorni del Foro fanno da sfondo d’eccezione al quotidiano degli abitanti.
Mi rassicura una scena: in pieno centro: un muro con necrologi recenti, e due anziane a commentare. C’è ancora vita vera, se c’è chi si interessa ai morti. Le donne parlano croato e italiano.
Poco più in là una coppia asiatica. Passa una croata, lui guarda, lei lo picchia sul braccio. Sole e caffè nella piazza Narodni, la piazza dei Signori, cinquanta minuti: in nessun viaggio ho visto tante belle donne in così poco tempo.
La sera a cena ci verranno rivelati altri dettagli del dopoguerra. Lo farà il padrone dell’osteria More, che quando entriamo sembra accigliato, e che invece giunti alla mancia ci offre un bicchierino e poi altri trecentomila, con la solita formula croata,“Vuoi bere? Sì!”, domanda e risposta di chi versa, un uno-due senza diritto di replica.
Davor, così si chiama, ci racconta di suo padre costretto a ricomprare la casa che lui stesso si era costruito al tempo del governo italiano, e si fa versare un bicchiere di bianco da suo figlio Simon.
Ci traduce il cartello in croato che campeggia in sala – “Ciò che hai sentito, non l’hai sentito. Ciò che hai visto, non l’hai visto” – e si fa versare un bicchiere di bianco.
Ci confida la sua paura del turismo, lui che gestisce un ristorante, quand’è quel tipo di turismo che arriva a stravolgere tutto e a portare cibo “di merda”, e si fa versare un bicchiere di bianco.
Ci mostra le foto di Zara prima dei bombardamenti statunitensi, ci parla della guerra degli anni ’90, quando ha mandato suo figlio in Slovenia. Lui è rimasto in Croazia, ricorda, e si fa versare un bicchiere di bianco.
Ci parla della distanza fra Ancona e Zadar, 60 km, e quella fra Ancona e Split, 67, delle mazzette nelle tasche di chi ha deciso di cancellare i traghetti nella prima tratta e spostare tutto verso la seconda. Lui ad Ancona ci andrà solo quando rimetterano la rotta da Zadar, non se le fa due ore di macchina per Split, dice facendosi versare un bicchiere di bianco.
Se l’Europa continua a tramutarsi in un luna park gestito male, ce ne andiamo tutti in Sudamerica: è il brindisi finale.

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A Komin ( vedi http://www.ovunquevada.it/marzo-croato-ploce-komin/ ) ci hanno suggerito di andare all’Archivio di Zadar. Tre archiviste ci scortano, ci ascoltano, ci spiegano (anche con un buon italiano) come possono aiutarci, e in poco tempo siamo in una sala bellissima illuminata dal sole, davanti ai libroni spalancati dei matrimoni e delle nascite di Comin (scritto con la C).
Le caselle hanno denominazioni italiane. A seconda del prete e del periodo, cambiano poi la grafia, la lingua con cui vengono compilate e anche i nomi stessi dei protagonisti. Dall’italiano al croato, Antonio divente Ante, Catterina (con due t) Kata, Giovanni Ivan, Giorgio Jura, Michele Miho, Andrea Andrija.
Quasi tutte le persone registrate sono figlie di “agricoltori”, “illetterati”, “cattolici”.
Risaliamo di tre-quattro generazioni nell’albero genealogico, fino a fine Settecento. Dei nonni dei nonni dei nonni di P. scopriamo anche l’orario di nascita, ed è un poco come se ci stessero nascendo davanti.
Cerchiamo fratelli ai suoi trisavoli Stana e Miho, e ne troviamo eccome. Ben cinque per lei e sette per lui. Peccato non avere avuto questi nomi a Komin, e poter chiedere anche di loro. Si potrà però tornare con un nuovo prete. Quando usciamo dall’Archivio, P. si sente più croata, e io più archivista.

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