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Marzo croato: Ploče e Komin

Casa di Mijo, il nostro couchsurfer, è all’ingresso di Ploče, su una sopraelevata, in un vecchio palazzone grigio. Le chiavi sono sotto lo zerbino, lui al lavoro. Casa pulitissima, mappa in stanza, foto con la moglie. Sui trentacinque, quarant’anni, si direbbe. Una vecchia stufa di regime, e tra i pochi libri Pinocchio, la Bibbia e il Piccolo Principe. Arriva alle 15, enorme, intelligente, dalla risata che riempie gli spazi, anche all’aperto. Risata che tranquillizza, privilegio di pochi. Ha la tuta della sua azienda di estrazione di combustibili. A Ploče in molti sono in tuta, il paese ruota intorno all’industria. Le donne hanno belle gambe.
Ridiamo così tanto che non riusciamo a uscire di casa. Ci mostra un video del figlio piccolo che si ammazza dalle risate, chissà quanto l’avrà visto. Poi sì, usciamo, verso Komin. Oltre i finestrini, paesi sul fiume, lagune artificiali, piantagioni di mandarini. Che ci facciamo qui? Cerchiamo le radici di P. La sua bisnonna Ivka partì da Komin per l’Argentina. I suoi genitori si chiamavano Miho (Michele) Kraljevic e Stana (Stanislava) Dugandzic.
Cercheremo di completare l’albero all’insù e all’ingiù.
Komin è una fila di case sull’acqua, con la chiesa e il cimitero in cima. Tante le barche e i simboli della squadra di canottaggio. Mijo chiede informazioni a due donne con l’ombrello, madre e figlia. Cinque minuti e sono dei nostri, improbabile cinquina in missione. Sotto la pioggia facciamo su e giù per il lungofiume. Le donne ci indicano una Dugandzic. Ci apre con un bigodino in testa e parla a lungo con Mijo. Sì, alcuni suoi parenti andarono in Argentina…. ma non si chiamavano così, peccato. Però possiamo tornare indietro a bussare a quel Kraljevic. Lo facciamo, accolti da un grosso pastore tedesco. Due ore di chiacchiere. “No, he doesn’t know”, è il risicatissimo riassunto di Mijo.
Bussiamo a casa del prete. Ci apre perplesso, e capisco dal tono che non c’è niente da fare. Fisso gli occhi chiari e la pelle malata delle sue mani (sulla sua tuta, uno stemma con una barchetta, una chiesa e un corso d’acqua stilizzati). Fisso Mijo, il miglior ambasciatore possibile: gentile e cocciuto. Quando chiude la porta traduce: i registri ecclesiastici sono sì in Chiesa, si chiamano “libri delle anime”, ma il prete non ce la fa ad accompagnarci, è malato e piove. Potremmo ripassare fra qualche mese, quando l’avrà sostituito un sacerdote più giovane.

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Finiamo al cimitero. Ci sono decine di Kraljevic e Dugandzic, anche nella stessa tomba, ma nessuno risponde ai nomi che conosciamo. Mijo cerca su internet il numero di telefono di una Kraljevic che le hanno segnalato nelle conversazioni precedenti. Cosa penserà questa donna, a telefono con un uomo che la chiama dal cimitero, che le chiede se è parente di tizio e caio, se sa dove sono le loro tombe. Aveva un parente che si chiamava Miho Kraljevic. Seguiamo le indicazioni. Surreale caccia al tesoro sotto la pioggia, in un cimitero sperduto della Croazia, per cercare le tombe degli antenati di un’argentina. Che ci faccio qui? Che ci fa Mijo?
Troviamo la tomba, ma è troppo recente, le date non coincidono.
Stiamo per lasciare il paese, quando Mijo incontra il marito di una sua amica. Ci fa risalire in macchina e ci porta a casa di Vatroslav, archivio storico vivente di Komin. Salotto con pennellate color salmone, tv accesa, due divani a L su cui si avvicenderanno parenti e vicini. Alle pareti, foto della banda militare del paese in varie generazioni (in ognuna un membro della famiglia), un fucile doppissimo e lunghissimo, diverse raffigurazioni di eroi croati. Anche Tudjman che fu il primo presidente dopo l’ultima guerra, di cui per molti fu tra i responsabili (mi sorprende sempre questa contraddizione: le persone più miti e il nazionalismo: quando la sera tornerò a casa di Mijo, quasi quasi non mi guarderò in giro per paura di trovare foto di militari).
Il signor Vatroslav ci accoglie seduto sul divano, la moglie ci porta le tipiche scorzette d’arancia zuccherata e un liquore di noci e ciliegie. Fin dai primi minuti si capisce che non avremo novità: Vatroslav non ha mai sentito parlare di nessuno dei nomi citati. Perdete ogni speranza, ci dicono: se lui non sa, non sa nessuno.
Restiamo comunque due ore, mischiando inglese e italiano, e ciclicamente capisco che Mijo prova a parlare di nuovo della famiglia di P. Ogni volta che sento nominare Dugandzic o Kraljevic, vedo alzarsi gli sguardi: appesi, come arpionati a una nube di persone che aleggia su di noi, persone vissute a Komin e ancora presenti, come dèi. Ma non riusciamo a pescare quelli giusti.
E Mijo è ancora qui, non torna a casa. È un cultore di culture, ci ha preso gusto e sprofonda nel divano con gusto dell’improbabile. Quando infine salutiamo e torniamo a casa, gli strappiamo la promessa di una sua visita a Napoli. Se ci tiene, ingaggiamo degli attori perché fingano di essere suoi lontani parenti.

 

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