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Marzo croato: Dubrovnik

In questa chiesa dove suona un requiem, non sappiamo di chi. Potremmo chiedere al vecchio seduto affianco a noi, e che vecchio: i capelli bianchi pettinati all’indietro, la barba, gli occhi non si capisce se chiusi o aperti, per quell’aria da marinaio, le rughe e il sorriso beato. Se ne sta composto, una mano nell’altra, si fa arrivare addosso come brezza marina la voce della mezzosoprano, non ricordo nemmeno come siamo arrivati a questa quiete dopo la burrasca di poco fa, i trenta coristi nella chiesa bianca, la lotta contro le onde scagliate dalla bacchetta del direttore. Come vorrei che quest’uomo affianco a me fosse mio padre vecchio. Sul banco davanti, due figlie fanno silenzio, perché così vuole la madre e bisogna obbedire. La mamma osserva severa, ma a fine concerto le abbraccia ridendo. Ora gli applausi, e il vecchio affianco stringe gli occhi: è commosso? È cieco? Pareva notte, sono le 21. Il pubblico sembrava reduce da mille battaglie, da mille anni di guerra. O forse sono le mie letture a condizionarmi. No, non è la guerra a stravolgerci stasera, è un altro frutto della mente dell’uomo, forse il migliore: la musica, in una chiesa di Dubrovnik sotto la pioggia.

[La chiesa è la cattedrale, ma non lo sapevamo appena arrivati]
[Il requiem è di Maurice Duruflé, op.9]
[Il vecchio se n’è andato mentre prendevo appunti]

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Stavo per scrivere sul passaporto invece che sul quaderno. Stamattina passeggiata sulle mura. Comparo sempre con la mia città. A Dubrovnik non manca l’arte, non manca la storia, non manca il mare. Manca la verità, ma è già un buon risultato. Nella triste classifica dei centri storici-modellino in cui si trasforma l’Europa, questo è comunque uno dei più strabilianti. Forse mi stancherebbe presto, ma intanto c’è odore di mare. I gatti si rotolano sulle mattonelle più ruvide, voluttuosi. Gatti con la congiuntivite, gatti che confabulano e sembrano progettare un furto nel negozio di alimentari, gatti selvaggi che squadrano tutti insieme il gatto con il collare, non provi ad avvicinarsi.
Bar sulle mura, sole che irrompe dopo due giorni di pioggia. Turisti con il bastone per i selfie: mi fanno sempre sprofondare  nella ricerca di un senso a questa vita. Lo so, non la vivo bene.
Solite torrette d’avvistamento da dove il mare e le isole sembrano un quadro. P. torna dal bagno e ride traumatizzata: ha visto una giapponese culo all’aria. Si va più su e si può schiacciare nella stessa foto l’intera città, dal vico appena sotto i nostri piedi all’isoletta disabitata di Lokrum. Compresa fra il vico e il mare c’è vita vera? Poca: qualche donna che resiste dalla cucina, qualche gatto affacciato alla finestra, vestigia di realtà in questo vicinato di bed and breakfast.
Appena sotto la torre più alta delle mura, un campo di basket dà sul panorama intero. Ci giocano due ragazzini, felici nel lungo pomeriggio. Qualcosa intuiranno di questa bellezza, sarà parte del loro gioco. Spero sia il tetto di una scuola pubblica. Campetti panoramici: se qualcosa bisogna costruire, in giro per il mondo, allora si costruisca questo.

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