Ferruccio Castronuovo

“Garofano, cinema e caffè”. Intervista a Ferruccio Castronuovo, Vico del Gargano.

«Come ti riconosco? Avrai un garofano nel taschino?». Al telefono una voce che sembra aver scherzato tutta la vita. Poco dopo siedo ai tavolini del “Pizzicato”, il bar più affollato di Vico del Gargano, anche adesso che sono le 11 e fa caldissimo, di fronte a un uomo con berretto e baffoni bianchi. Regista e tanto altro, protagonista e testimone di mille passaggi chiave del nostro Novecento, Ferruccio Castronuovo si presenta e in men che non si dica inizia a proiettare la sua storia, la storia del cinema e di questa terra. Per un’ora, non resta che ascoltare.

Il padre è di Altamura, la madre di Vico. E a Vico resta fino ai suoi due anni, per poi partire in piroscafo verso Addis Abeba. La famiglie vive a a cinque chilometri dalla capitale, il padre è legale dell’Ente Colonizzazione Puglia d’Etiopia. «Poi da lì siamo fuggiti, e abbiamo dovuto farlo anche in Italia: per i trascorsi di mio padre, fuggivamo tra Roma e Vico. Ho visto un gerarca fascista morire dissanguato per strada, ho visto i carrarmati-giocattolo italiani perforati da semplici pallottole, ho visto i bombardamenti a Ostiense e le raffiche di mitra degli americani».

Ferruccio Castronuovo

Dopo la guerra ha inizio la sua carriera. Prima realizza cartoni animati, con Pino Zac, poi, nel ’56, va a Parigi per studiare mimo alla scuola di Marcel Marceau. Per potersi mantenere, va in giro a cantare canzoni del Gargano e a fare caricature. Ma Parigi è anche terra di inaspettate scoperte: «Avevo un’amica, capisci, un’amica! Una vera rivelazione per un meridionale partito con l’idea di conquistare donne. Mi voleva prestare 500 franchi, io mi rifiutai e lei mi mollò uno schiaffone. “Me li ridai quando li hai”. Una grande lezione. In quel periodo Parigi era vent’anni avanti».

Non è un vero musicista, ma quando torna a Roma introduce al Folk Studio (mitico locale di Trastevere dove suonò, per quindici persone, anche un giovanissimo Bob Dylan) musiche americane, sudamericane, spagnole, oltre alle canzoni di Brassens. «In pantaloncini corti», lo vanno a sentire anche De Gregori e Venditti. «Poi facevo teatro, temi scomodi. Ci ospitava una qualche federazione socialista, o comunista, non ricordo. Nel ’67 questi organizzano una colletta di beneficenza per la fame in India, e raccolgono bei soldi. Indovina cosa ti vanno a comprare? Migliaia di scatolette di Simmenthal! Per l’India! Io ci scrissi una canzone e loro si incazzarono tantissimo!».

Ma è il cinema la sua vera passione, quello muto in particolare: Chaplin, Keaton. Inizia a seguire un operatore, prende dimestichezza, e con una 16 millimetri va a Valle Giulia a seguire i famosi scontri di cui scrive Pasolini. Si fa un nome e dieci giorni dopo la Rai lo manda a Parigi a documentare il maggio francese. «È stato un gran colpo di culo, ne ho sempre avuti. Una volta mi chiamarono a fare il direttore alla fotografia in un film perché il titolare all’ultimo momento aveva avuto un trip religioso».

Lavora spesso in Francia, con cineprese pesantissime: «certe breccole!» Poi torna in Italia, e per tre anni lavora quotidianamente con Recta Film per la realizzazione del Carosello, «una grande scuola. Poi non ci pagarono più, ce ne andammo tutti e loro crollarono». Dal ’76 all’88 collabora con Fellini, da “Casanova” a “La voce della luna”. Mostra al regista di “Amarcord” una sua ripresa: una giostra illuminata sulla spiaggia di San Menaio. «Progettammo di girare una scena con la musica di Nino Rota, ma non riuscimmo a trovare produttori. Io glielo ricordavo sempre e lui replicava: “A Ferru’, con ‘sto Gargano m’hai fatto una capoccia tanto!”».

Realizza il backstage di “C’era una volta in America”, capolavoro di Sergio Leone. Ricorda che a comandare era De Niro, che aveva anche contribuito ad alzare il budget «Faceva bene a comandare. Leone non conosceva bene quella realtà: aveva preso dei texani per fare gli irlandesi! Purtroppo gran parte del mio materiale è andato perso, ma che esperienza: nella troupe c’erano vari premi Oscar e io li studiavo a bocca aperta!».

A bocca aperta, come si rimane dopo un racconto del genere. Ferruccio ha un impegno e deve andarsene, mi saluta calorosamente e mi dà una copia di “Una Bugatti a Vico del Gargano”, da poco realizzato.
Partendo da una vecchia foto dei genitori ha assemblato immagini e video di un secolo di vita, propria e di questa terra
. C’è l’Etiopia e la giostra felliniana. Ci sono riprese della pesca tradizionale dai trabucchi. C’è una giornata di mare del ’59, l’unica dell’anno per i contadini della zona. Una sorta di esodo sulla ferrovia Garganica, culminato in bagni semivestiti. Ferruccio ha ripreso tutto, fin da ragazzo, con tante cineprese diverse. Ne ha composto un racconto emozionante, di quaranta minuti. Meno della conversazione al bar, che è durata un’ora, così intensa da non lasciare nemmeno il tempo per chiedere un caffè.

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