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Vita quotidiana sotto un canestro di Piazza Vittorio

«Traiano vince contro nostro conducente Decebal. Poi Traiano fare l’amore con nostre donne, per questo noi fratelli». Mariano butta giù un po’ di vodka lemon e, indicando i ruderi del Ninfeo di Alessandro, sentenzia:«Questo l’abbiamo fatto noi rumeni. Senza nostri schiavi, niente bellezza a Roma”.

Sotto la camicia gialla, la canottiera bianca e un fisico corpulento, ma robusto; gli occhi azzurri pronti a sorridere riflettono il sole di mezzogiorno.

 

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«Vengo qui per movimento: è bello guardarli, no?» e il suo sguardo va al canestro e ai ragazzini filippini. «Li conosco da piccoli, appena posso vengo qui. Ieri squadra di africani alti due metri pensano vincere, ma questi giocano con testa e africani non visto pallone! »

Sotto uno dei due canestri affianco all’ingresso del giardino Nicola Calipari, nella centralissima piazza Vittorio Emanuele, otto ragazzi filippini sui sedici anni si disputano il pallone, mentre altri siedono lungo la cancellata. Per oggi della scuola non c’è traccia.

 

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Alexis, doppio taglio, orecchini sparsi, canotta dei Lakers, ricorda: «Vengo qua da ‘na cifra de tempo. E’ da tanto che ce stanno i canestri: er bello è che non li rompono mai, perché ce tengono. So’ venuto da solo da’e Filippine quand’ero piccolo, ma molti de noi so’ de Roma».
Gli altri ragazzi filippini dicono di riunirsi con i connazionali solo perché hanno più tradizioni e punti di vista in comune, a volte legami di parentela, ma non per problemi di integrazione.
Adesso è ora di pranzo: tra i raggi di sole filtrati dai platani, restano a giocare pochi volenterosi.

Poco più in là, sul muretto, in tenuta nera sgualcita, Yaaki si gode “ganci cielo” e tiri da dietro il tabellone fumando una sigaretta. Lunghi capelli biondi e pochi denti ingialliti, è olandese di origine israeliana. «Vengo sempre qui per incontrare gente del mondo. Ai fori imperiali solo turisti, qui persone vere di diverse culture: come Rotterdam, come Amsterdam».

Proprio affianco a lui ci sono due persone vere, dal Mali: Touré, imponente, abbigliamento sportivo largo, e Soungalo, camicia e gilet eleganti, cuffie di ultima generazione abbracciate al collo. Sono arrivati insieme in Italia, da otto anni.

 

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Vengono qui per «prendere aria, conoscere gente, parlare di politica, scambiarci opportunità di lavoro». Touré ha 36 anni, ha vissuto in dieci paesi, gestisce un catering. «Bisogna costruire il futuro, la paura è finita. Guarda qui? Dov’è la paura e quello che dice il telegiornale? Sembra di non essere in Italia». Nonostante il ginocchio malandato, risponde presente alla convocazione in campo. Un filippino vent’anni più giovane e trenta centimetri più basso gli dà filo da torcere. «E pensare che l’ho allenato io qui quand’era piccolo!».

 

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La proprietaria del bar all’angolo con via dello Statuto, sul marciapiede opposto ai giardini, sbotta: «De questa piazza nun me piace più gnente: so’ troppi, hanno cambiato tutto. Nun è razzismo, ma era ‘n simbolo de romanità. I peggiori, che te lo dico a fa’, so’ i cinesi».
I presunti peggiori arrivano al canestro nel pomeriggio, direttamente da scuola: jeans e polo che in men che non si dica sono completamente sudati.
Dopo un’oretta, quando arrivano i filippini, all’iniziano giocano gli uni contro gli altri, poi i cinesi si spostano all’altro canestro, «non c’è bisogno di giocarci il campo, noi stiamo qui da un’ora ed è giusto cedere il posto a loro».

 

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Adesso sotto canestro è aumentata l’età, insieme ai tatuaggi e all’intensità di gioco. Sono di più anche gli spettatori, tra i quali alcuni turisti venuti a visitare il Ninfeo con la sua “Porta Magica”.
Mentre si avvicina il tramonto, alcune ragazze dello squadrone filippino guardano le sempre più spettacolari giocate dei loro amici: «Oggi perchè siamo qua? Regà, che stamo a fa’ qua? Stamo sempre qua!»

 

 

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