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Montescaglioso, Abbazia di San Michele Arcangelo: mistero e identità.

D’estate, durante il giorno, il corso e la piazza principale di Montescaglioso, a quindici chilometri da Matera, sono deserti. Con il sole alto, i pochi presenti si rifugiano nell’esigua linea d’ombra formata dai palazzi, magari al tavolo di un bar. Di sera, invece, i giovani percorrono avanti e indietro il corso, facendo la spola fra i cinque, sei bar aperti, mentre gli anziani siedono fino a tardi sulle panchine di Piazza Roma. Esplorare il centro storico di “Monte”, come i “montesi” chiamano la propria città, significa disorientarsi in una rete di vicoli e case in miniatura, dai colori chiari e dai portoni spesso arricchiti da fregi, per poi affacciarsi improvvisamente su grandi piazze, maestosi edifici, estesi orizzonti.IMG_7594
Si passa, così, da via Galileo Galilei, lunga non più di cinque metri, ai numerosi belvederi che danno sulle valli circostanti, nelle quali si nascondono le chiese rupestri.
Soprattutto, si passa per l’Abbazia di San Michele Arcangelo, gioiello della città.
Imponente, luminosa con i suoi due chiostri dalle colonne eleganti, i due piani ricchi di affreschi suggestivi, il campanile e i tetti di tegole rosse verso il cielo, le cisterne e le cantine sotto terra. All’ingresso mi aspetta Angelo Lospinuso.

Cooperattiva Angelo LospinusoFa parte di CooperAttiva, cooperativa che ha ormai da anni in gestione il complesso monumentale, anche se con affidamenti di breve durata ogni volta rinnovati. La cooperativa ha puntato per lo più su bandi di piccola portata, arrivando a aggiudicarsi un totale di mezzo milione di euro: linfa nuova, anche per le imprese locali coinvolte. E con i progetti, di natura estremamente varia, si stanno finalmente recuperando queste stanze pregne di storia.
Angelo scandisce le parole quasi sillabandole. Procede a passo lento, sembra avere il controllo di ogni piano e di ogni stanza del complesso. Conosce le storie che lo abitano adesso e quelle tramandate dai secoli scorsi. Si inoltra per scale instabili e cunicoli bui, collega cavi elettrici, apre e chiude porte. Spazza, estrae cocci di porcellana dalle pareti, sradica erbacce dal tetto e pulisce grondaie. Se i visitatori hanno fretta, condensa ciò che c’è da dire in mezz’ora, altrimenti è pronto a ore di racconto.

IMG_8114Spiega che le prime notizie sull’Abbazia risalgono al 1100, ma è probabile che le origini le precedano di tre secoli. A fine XV secolo il monastero, forte dei 25mila ettari di terra di cui è proprietario, è annesso alla Congregazione benedettina di S. Giustina da Padova o cassinese. In questi anni il Complesso si arricchisce di strutture, affreschi e manufatti. Carlo V prova ad appropriarsi di tale ricchezza, ma i monaci producono certificati di proprietà falsi. Sotto i Borbone, i Benedettini sono sostituiti dai Francescani di San Lorenzo Maggiore, i quali, figli di tutt’altra filosofia, a detta di Angelo «distruggono, danneggiano, scalpellano un po’ tutto».
Con l’Unità d’Italia, il Monastero viene soppresso e diventa proprietà demaniale e sede del Comune fino agli anni ’90. Inizia l’abbandono.

IMG_8049Le sale intorno al chiostro sono popolate da realtà molto diverse fra loro, come se l’Abbazia componesse in un mosaico le caratteristiche dell’intera Montescaglioso. Uno spazio è dedicato alle porcellane e alle piante tipiche del luogo. In un altro, statuine in terracotta raffigurano i vari ordini monastici.
Nel refettorio spiccano affreschi del XVI secolo. Il comune, negli anni ’40 del Novecento, ne demolì una parete interna e ne fece una grande attrazione: il cinema di paese. «Scene da “Nuovo Cinema Paradiso”», suggerisce Angelo.
Si susseguono poi sala degli scavi archeologici, quella delle maschere tipiche della regione e quella dedicata ai combattenti montesi, gestita da Vito, 93 anni, ex soldato prigioniero in Dalmazia.

IMG_8148Al secondo piano la scena muta radicalmente: calcinacci, transenne, pareti scrostate e corridoi abbandonati. Negli anni ’90, dopo il trasferimento degli uffici comunali, le ditte chiamate a consolidare la struttura devastano questi ambienti con un uso dissennato del cemento, stonacando e rimuovendo i pavimenti originali.
Con questo preludio desolante, si accede alla Sala della Biblioteca.
Attraverso le finestre che danno sulla valle circostante, la luce del sole illumina occhi misteriosi, nudità, animali fantastici e messaggi occulti. Da una parete all’altra i più grandi filosofi della storia si scrutano e si sfidano sul terreno della Verità e della Conoscenza. Un tempo qui venivano custodite preziose scritture, le cui ricche miniature furono esaltate dal Vasari. Ora restano “solo” gli straordinari affreschi.
La sala è nota anche come “Stanza dei Misteri” o “Stanza del procedimento alchemico”. Lo sguardo si sposta da un dettaglio all’altro. C’è Arpocrate che invita al silenzio, perché non vadano divulgati i sacri misteri. Pitagora è accompagnato da un cartiglio (“Così come tutte le cose terrene, tu non scoprirai l’uomo”), così come Diogene (“Hominem quaero”, cerco l’uomo). Aristotele imbraccia un grosso volume, su cui c’è scritto: “Mio amico è Socrate, mio amico è Platone, ma più grande amica è la Verità”.
IMG_8200Più in alto dei filosofi greci, i santi filosofi cristiani. E sulla parete di fronte una serie di simboli esoterici: un gatto scuro con un topolino nelle fauci, facce grottesche, un pellicano, una zampa di leone, scrigni e messaggi in codice. Ogni immagine rimanda a due, tre possibili interpretazioni, ogni riquadro ha minuscoli dettagli che racchiudono un universo di elucubrazioni.
Quel che è certo è che questi monaci guardavano con la stessa attenzione a Scienza e Teologia. E che una sala del genere, in un’altra dimensione, sarebbe sempre aperta al pubblico.

 

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IMG_7665A riaprire, gradualmente, sono le cantine. Angelo illumina con la torcia le pareti umide. Molte imprese di costruzione hanno riversato qui materiale di scarto, tanto da chiudere e sigillare alcune aperture. È stato difficile riuscire a liberare l’antico passaggio dei carri e le sale da ristrutturare. Adesso i lavori sono terminati e presto i visitatori potranno scendere anche nella vecchia neviera.
Angelo mostra le casse piene di cocci di ceramica: «Li abbiamo pescati con le nostre mani dalla montagna di detriti. Qui c’era di tutto, inutile specificarlo, proprio di tutto. Non valgono nulla, ma valgono tanto: non in termini economici, ma d’identità di Montescaglioso».

Angelo Lospinuso Cooperattiva 2Dell’identità cittadina continuiamo a parlare sui tetti dell’Abbazia. Essa si compone di vicoli, belvederi, della valle, delle pietre, di contadini poeti. Dei melograni come degli affreschi, di strumenti musicali come delle numerose chiese. Delle macellerie nel cui retro è possibile mangiare la carne appena comprata. Del bambino che stende i panni da una finestra all’altra dell’antico serbatoio. Dell’artista che, per strada, ridipinge su supporti in legno i volti delle chiese rupestri.
Diverse declinazioni di “identità”: dai tetti dell’Abbazia osserviamo il tramonto che le avvolge tutte, tutte insieme.

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